IL CANTE

Parlare di flamenco significa, in primo luogo, parlare di cante, il canto rauco, cupo, lacerante dei gitani di Spagna; ma non soltanto di questo. La distinzione fondamentale prevede la suddivisione e collocazione dei generi e sottogeneri del cante in due filoni. Si è soliti indicare un cante jondo o grande ed un cante chico. Il cante jondo, associato al concetto di canto flamenco puro, è l'espressione profonda, dolorosa, drammatica e comprende i generi probabilmente apportati o adattati dai gitani: la seguiriya, la soleá, la toná. Ma il cante non è soltanto dolore, pena, morte. Il cante chico racchiude l'essenza allegra, gioiosa, soprattutto ludica della tradizione flamenca. Si parla allora di alegrías, bulerías, tangos e loro derivati di carattere più leggero.

La specificità del cante risiede, comunque, nel modo di esecuzione, individuale, non corale. Il messaggio per il fruitore non è di tipo verbale. La comunicazione avviene attraverso la trasmissione di sensazioni che possono comportare moti di spirito, stati emozionali forti e rapimento. Non è importante ciò che si canta o dice, bensì come si dice. Come affermò in più occasioni Fernando Quiñones "… el cante no se entiende, se vive…" [il cante non si capisce, si vive] o come ripeté Ricardo Molina "… Lo que el cante flamenco expresa son sentimientos e intuiciones radicales del hombre…" [Ciò che il cante flamenco esprime sono sentimenti ed intuizioni basilari dell'uomo…].

L'altra distinzione di base consiste nella separazione tra cante libre e cante a compás, non sottoposto ad una cadenza ritmica precisa quello; legato ad una scansione musicale determinata questo.

Un'ulteriore differenziazione va fatta tra cante de alante e cante de atrás. Il primo vede per protagonista assoluto il cantaor, il più delle volte accompagnato dal chitarrista, seduti nella parte anteriore (de alante) del luogo predisposto per la rappresentazione; l'altro è il cante pensato per il baile. La disposizione sulla scena è, dunque, posteriore (de atrás) per lasciare spazio ai virtuosismi del bailaor/a.

In assenza di testimonianze scritte, ma in presenza di narrazioni orali tramandate di generazione in generazione, si può attualmente affermare che il cante, o la prime forme di cui si abbia notizia, sorsero e si costituirono con funzione comunicativa o associativa, prive di accompagnamento strumentale. Il pregón, l'annuncio gridato per le strade; la toná, denuncia di persecuzione, tortura e morte; la carcelera, il lamento dei carcerati; la alboreá, il canto nuziale dei gitani; la chufla, lo scherzo allegro predecessore della bulería; tutti scaturirono da un’esigenza di compartecipazione delle emozioni tra l’individuo ed il gruppo di appartenenza. Data la funzione espiatoria del cante, il destinatario non è indispensabile o il messaggio è o, meglio, era rivolto ad un pubblico ristretto, la famiglia, il gruppo, la comunità, riuniti per determinate occasioni come battesimi, matrimoni, feste varie, e in determinati contesti, la casa privata, il patio, la venta, il tabanco, il luogo di lavoro. Dato il carattere endogamico della società gitana, principale esecutrice della tradizione canora basso-andalusa, la trasmissione è avvenuta per secoli in senso conservativo e recessivo nei confronti dei ‘non addetti ai lavori’.

Negli ultimi decenni, ragioni di tipo commerciale hanno costretto il cante ad una trasformazione radicale e repentina della sua stessa essenza. L'adattamento alle mode, alle tendenze della modernità hanno portato ad una semplificazione nell'esecuzione formale, alla prevalenza dei generi leggeri, all'innalzamento della tonalità, alla fusione con altre tradizioni musicali, all'utilizzazione di nuovi strumenti quali le percussioni, il violino, il flauto, il pianoforte, il basso.